IN CANTO DI STENDHAL 

(…) appena schivato un martello pneumatico che attentava al mio piede preferito, incrocio lo sguardo del cantierista. Meglio tirare diritto – in fondo era solo un piede
 
El m’è bèll Milan “downtown”!
Una carriola stracolma di calcinacci spinta da – Usain Bolt-gender –  ti sorpassa e ti ruba il “parcheggio”: ottanta cavalli di moto e sentirsi un “cocoon” bagnato.
Vado verso via Cerva con una strana domanda dentro: “ma io, lavoro?” Tutto questo cantierismo dinamico e orchestrale, questi gilet gialli (rien à voir avec..) e caschetti  Lego antinfortuni, mi fanno sentire un contemplativo scioperato e molle. Loro – i cantieristi – sì che lavorano per davvero..
 
“Scusi” – ecco, ci risiamo – “si può spostare da lì? Abbiamo bisogno di passare con la scavatrice, poi arriva il camion e carichiamo, facciamo i lavori noi,vede?” Sopra pensiero e incredulo mi sposto e quindi sposto anche il tavolino dove ero seduto con il mio caffè, mentre pensavo a come rispondere al tormentone mattutino: (lavoro io?)
 
Mi rimetto a camminare con passo deciso stavolta ma, subito svoltato l’angolo, mi pianto sul piede a bocca spalancata come penso farei vedendo all’improvviso Elon Musk in atterraggio verticale sul mio neurone valgo. C’è una voragine aperta in centro Milano! Forse una Sala-trovata? E’ davvero atterrato Elon?
Una colorata esternazione dialettale (magùt baritonale) nel trapassarmi “coast to coast” le orecchie, mi riporta alla presenza.
 
E’ un super mega jumbo cantierone! Ci sono pure i manifesti con i nomi dei vari responsabili dei 200 app, sub-app “and” sub-sub-app (app sta per appalto), a chi verrebbe mai in mente di essere responsabile di un cantiere di cui non si pubblica il motivo d’essere ma solo tanti bei rendering su come dovrà essere a lavoro finito?
 
Ciapel in del !” Non posso attraversare. Sono bloccato qui. Robinson sull’isola dei “contemplativi scioperati” con intorno tanti Venerdì nervosetti che recitano preghiere di uniche consonanti cominciandole dal fondo (lamentarsi fa urban che ha daffare)
 
Il Robinson che c’è in me, trova subito il lato positivo e non è petrolio da trivella. Qualcosa che somiglia all’estasi e non si fuma. Comincia con la torva ammirazione del “pensionato” (Benito Oliva dei cantieri in corso) passando attraverso infatuazione per le gru meccaniche che sfiorano il naso della luna e arriva – dolce e sedata – all’eros per le formose betoniere di tersicorea bellezza. La salivazione stenta e una piccola nausea gaia prende residenza coatta alla bocca dello stomaco. 
Sono i sintomi che i viaggiatori della metà del diciannovesimo secolo provavano alla vista dei capolavori generosamente sparsi nelle nostre città d’arte.
 
E’ il nobile malessere che ha scelto per vittime le anime semplici proprio come Ernest – Knam – ha scelto quelle innamorate per condannarle a stessa sorte a mezzo fermenti e glasse colorate. 
 
Chissà se esiste una sindrome di Stendhal provocata dalle bellezze urbane dei cantieri e – mon dieu – se sia meglio guarirne o magari – bela madunina mia – imbambolarsi qui, contemplatore scioperato?
 
Lo so, ci sono “in canti” ancora più meravigliosamente inutili, cominciamo da qui?